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Il medico disse
che non era niente di grave,
solo un consumo progressivo
della cartilagine sentimentale.
"Succede spesso
dopo i quarant’anni
o dopo certi addii
pronunciati male".
Mi mostrò la radiografia:
tra il cuore
e la memoria
si vedeva chiaramente
un attrito anomalo.
Le emozioni, ormai,
sfregavano tra loro
senza protezione.
Per questo
ogni ricordo
produceva rumore.
Una specie di scricchiolio interno,
come sedie trascinate
nell’altra stanza
di un appartamento vuoto.
"All’inizio
- disse -
si avverte solo
un lieve fastidio
quando qualcuno
pronuncia certi nomi.
Poi arrivano
le fitte climatiche:
pioggia, canzoni lente,
supermercati alle otto di sera".
Mi prescrisse riposo,
assenza di nostalgia
e impacchi caldi
di distrazione quotidiana.
Ma la notte
continuavo a sentire
le articolazioni dell’anima
muoversi male.
Il ginocchio dei rimpianti.
La spalla delle promesse.
Il polso fragile
degli ultimi messaggi vocali.
A un certo punto
cominciai a perdere pezzi.
Piccoli frammenti bianchi
di tenerezza calcificata
rimanevano ovunque:
nel letto,
nelle tasche,
tra le pagine
dei libri sottolineati male.
Una donna
tentò di amarmi comunque.
Diceva che il mio difetto
produceva un suono umano,
qualcosa di simile
a certi vecchi pavimenti
che parlano mentre cammini.
Ma io avevo paura
di consumarmi del tutto.
Di diventare osso puro.
Una struttura perfetta,
rigida,
incapace di piegarsi
davanti alla felicità.